Arte contemporanea e cultura in Sardegna e nel Mediterraneo

Ziqqurat n°8
Sommario
Daniela Zedda, Spartiti, 1998, foto bn

NatureVIVE   Il jazz fotografato da
Daniela Zedda
di Nanni Campus

Natura morta con custodia di sax è il titolo di una celebre foto di Herman Leonard, che ritrae i “ferri del mestiere” di Lester Young (fra i quali, appunto, una custodia di sax) e finisce per ritrarre Young stesso, che nella foto non c’è, ma si vede. In seguito, questo è diventato anche il titolo della edizione italiana di un libro celebre di Geoff Dyer, in cui l’autore, partendo appunto da alcune foto, scava nella vita di alcuni di questi stranissimi personaggi che sono i jazzisti. Abitatori della notte, cerebrali ed incomprensibili intellettuali, amanti prima e studiosi poi di ogni forma di espressione “bassa”, popolare, e contemporaneamente raffinatissimi e dotti, spacconi e modesti, rigidi improvvisatori. Sarà per via di tutti questi contrasti che il jazz si sposa così bene al bianco e nero.
Ora ci sono due o più modi per fotografare il jazz, ma fondamentalmente due. Posto il rapporto diretto che s’instaura tra il musicista attore ed il fotografo media-attore, una strada è appunto quella della natura morta, il dramma di oggetti: spartiti strappati, il luccichio degli ottoni, sono tutte cose che vanno a nozze con una pellicola bn. Oppure c’è la natura viva, fotografare il gesto, o meglio l’atto, per dirla in termini teatrali.
Fare un set dicono spesso i jazzisti, riferendosi ad un concerto, ed è spontaneo pensare al set fotografico. L’insieme di immagine e musica pare strutturale al jazz più che ad altre espressioni musicali. Tentando una interpretazione, ciò può derivare dalla sua essenza di musica improvvisata, riproducibile e riprodotta sempre con mezzi tecnici, infinitamente registrata ma intrinsecamente irriproducibile nella sua essenza di unicità. L’immagine fotografica, che gioca con l’illusione di congelare l’istante, tenta di stabilire il ponte, di ricostruire la magia del momento in cui certi Daniela Zedda, Reginald Veal, 1999, foto bnsuoni sono pensati e nascono in un unico gesto. Eminentemente su questo secondo fronte, quello della “natura viva”, si muovono le Sessions di Daniela Zedda, serie fotografica di grande successo che ritrae soprattutto i gesti, l’umanità stramba dei molti jazzisti transitati davanti al suo obiettivo: 70 immagini in un bianco e nero dai forti contrasti, immediatamente ricollegabile alla “tradizione” della fotografia di jazz, grammatica dell’immagine nata per necessità, per vincere la scarsa luce dei club dove il jazz moderno è nato, e diventata oggi scelta poetica.
Fotografare il jazz è stata una costante del lavoro della Zedda, fin dai suoi esordi nei primi anni ’80, sempre vicina ai “luoghi degli eventi”, ha documentato i passaggi in Sardegna, le sessions di tutti i grandi e degli altri nomi del jazz, agevolata in questo dal suo lavoro di reporter, stabilmente presso il quotidiano L’Unione Sarda, ma che ha visto pubblicate le sue immagini sulle più importanti testate nazionali, dal Corriere della Sera a Repubblica, da Musica Jazz ai rotocalchi come Epoca o L’Europeo.
Tuttavia, la forza di queste immagini non risiede tanto nel congelare volti famosi in pellicola, secondo la prassi del lavoro giornalistico, ma raggiunge i più alti livelli invece proprio nell’assenza del volto “famoso”, e nella presenza dell’atto, del dettaglio umano che agisce la musica.
La ricerca di Daniela Zedda, che questa raccolta d’immagini rende evidente, è attraverso questa via quella della foto cosmica, emersa dal momento ma capace di travalicare i limiti spazio-temporali. L’immagine cosmica è scattata a Cagliari, ma non c’è un motivo per cui questa Cagliari non sia New York, ed è un’immagine buona per l’eternità. Ma soprattutto, è un’immagine di Charlie Mingus, ad esempio, in cui il volto non c’è, mangiato dal nero di unDaniela Zedda, Dee Dee Bridgewater, 1999, foto bn taglio di luce. Oppure, è la curvatura della schiena del trombonista, prima o dopo il suo set, che rivaleggia con la statuaria greca, imponente e dimesso, perfettamente umano. Certo, ci sono i volti, c’è la smorfia espressionista di Michel Petrucciani, lo sguardo sconvenientemente sensuale di Dee Dee Bridgewater, ma è nei dettagli minimi che la cosa diventa ancora più eclatante. Mani che frugano, frusciano fra gli spartiti, o danzano sulla tastiera al ritmo del jazz, l’unica musica che non si suona, ma accade.


(foto tratte da Jazz in Sardegna, Fiera Campionaria, Cagliari)


 

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