Arte contemporanea e cultura in Sardegna e nel Mediterraneo


Ziqqurat n°7
Sommario

I video corpi di Sukran
Massimo Canevacci 

EXtranea incontro conSukran Moral, Manicomio, 1997, fotografia, 50 x 70 cm
Sukran Moral
di Bruno di marino

B.D.M.: Ormai sono quasi dieci anni che vivi in Italia. Quando sei arrivata cosa speravi di trovare nel nostro Paese?
S.M.: Sono sempre stata entusiasta dell’Italia. La ragione principale per cui sono venuta era quella di poter arricchire le mie conoscenze, vedere i posti e le opere d’arte che avevo studiato sui libri, conoscere meglio il cinema, insomma respirare l’aria di questo Paese e crescere da un punto di vista intellettuale... Però penso che nessuno lascia la sua terra se è contento, se sta bene; io mi sentivo straniera nel mio paese.

B.D.M.: Immagino però che non sia stata facile per te la vita di artista extracomunitaria. Hai trovato ostacoli o diffidenza da parte del mondo dell’arte contemporanea o ti sei adattata subito al nuovo ambiente, ad un diverso tipo di cultura?
S.M.: Beh, non sopporto la parola extracomunitaria, mi sento piuttosto extranea. Innanzitutto non conoscevo la lingua, non avevo soldi, né la certezza di un lavoro per sopravvivere. Inoltre era la prima volta che venivo a contatto con la cultura occidentale, anche se in qualche modo ero preparata. A Istanbul, per esempio, andavo spesso all’Opera, mentre qui - paradossalmente - ci sono stata solo una volta. Certo, la mia preparazione non era sufficiente per adattarmi subito all’Italia. L’inserimento nel mondo dell’arte è stato molto duro. Non ho trovato porte aperte. Se sei di passaggio la gente ti accetta, ma se ti stabilisci, cioè diventi un vicino di casa, le persone entrano in competizione con te e ti vedono come un nemico.

B.D.M.: Mi pare che il 1994 sia un anno abbastanza decisivo per il tuo lavoro, cominci adSukran Moral, Arte espulsa artista espulsa, 1994, installazione esserne consapevole e a delineare una tua estetica. La cosa più interessante è che scegli di muoverti in più direzioni: realizzando azioni e installazioni, utilizzando la fotografia e optando per un approccio di tipo concettuale.
S.M.: In questo periodo ho fatto tre cose importanti. Una personale presso lo Studio Leonardi di Genova, dal titolo Artista espulsa. Ho ricreato un cimitero in una stanza, attraverso lapidi di gesso frantumate, su cui ho applicato il timbro “espulsa”. Un’opera di forte impatto. La profanazione dei cimiteri ebraici è divenuta purtroppo una pratica assai ricorrente negli ultimi anni. Il tema dell’espulsione mi stava naturalmente molto a cuore, poiché questa la vivevo sulla mia pelle. Il 15 giugno di quell’anno, infatti, ho ricevuto l’avviso di espulsione dall’Italia per scadenza del permesso di soggiorno. Per un certo periodo ho vissuto come clandestina. Da questa mia particolare e delicata condizione nasce anche L’artista, un lavoro fotografico in cui mi ritraevo nudaSukran Moral, Ambiguitas, performance, still da video con un perizoma, come se fossi crocefissa. Ecco mi sentivo letteralmente “in croce”, perseguitata e incompresa. Più concettuale era invece la performance Ambiguitas, che consisteva semplicemente in uno sgabello posto al centro di una stanza vuota, sul quale c’erano testi scritti in turco. L’opera era insomma il pubblico stesso che entrava nella galleria, prendeva in mano questo foglio senza riuscire a capire nulla.

B.D.M.: Oltre ad esprimere un tuo disagio esistenziale e sociale, la tua perdita di identità - sia come donna che come artista - oltre ad essere una provocazione ironica, mi sembra che Ambiguitas vada letta anche come critica al sistema dell’arte...
S.M.: Senza dubbio. Molti però non hanno colto questo aspetto e si sono arrabbiati.

Sukran Moral, Artista, 1994, fotografia, 200 x 200 cm

B.D.M.: Per quel che riguarda L’artista credo che il riferimento all’iconografia del Cristo non sia solo allusivo e provocatorio, ma vuole anche essere un omaggio alla pittura rinascimentale.
S.M.: Sì, al di là della mia volontà di esprimere il dolore e la sofferenza attraverso l’immagine della crocifissione, c’era anche il bisogno di rifarmi a un modello. Durante gli anni dell’Accademia mi sono esercitata lungamente a fare copie di quadri del ’500 e del ’600.

B.D.M.: In tutti e tre i lavori che hai ricordato non ti sei esposta in prima persona, con il tuo corpo. Dovevi ancora scoprire la tua attitudine performativa?
 Sukran Moral, Matrimonio con tre, 1994, performance, still da videoS.M.: Diciamo che dovevo ancora vincere la mia timidezza, anche se sempre nel 1994 ho realizzato l’azione Matrimonio con tre, che rappresentava una parodia della mia situazione. Per evitare l’espulsione infatti, avrei dovuto sposarmi con un italiano. Ho dunque inscenato il mio finto matrimonio sposandomi addirittura con tre persone, che sono i miei amici artisti, Marco Amorini, Alfredo Baldinetti e Miriam Laplante. Per andare oltre ho voluto una donna travestita come un uomo.

B.D.M.: Il tema del travestitismo sessuale ritornerà in seguito nel tuo lavoro?
S.M.: Sì, infatti. Ad ogni modo non si trattava di una semplice performance, il mio obiettivo era quello di incidere sul sistema dei mass media, e credo di esserci in parte riuscita dal momento che ne parlarono tutti i giornali. Quando ho avuto coscienza di essere un’estranea, una diversa, ho compreso che non potevo avere una privacy. Attraverso il mio lavoro volevo che tutti avvertissero questo senso di disagio, di violazione.

B.D.M.: In questo periodo ancora non avevi iniziato ad usare il videotape, se non sbaglio...
S.M.: Per la verità in Ambiguitas avevo utilizzato una videocamera per riprendere il pubblico che entrava in galleria. Ma non si trattava di una semplice ripresa, della documentazioneSukran Moral, Ambiguitas, performance, still da video del vernissage, la camera nelle mie intenzioni era qualcosa in più: un occhio critico, un voyeur ed il pubblico diveniva opera d’arte e performer. È stato però in seguito, gradualmente, che ho cominciato ad usare la videocamera in modo più sistematico.

B.D.M.: Esattamente quando?
S.M.: Il primo lavoro creativo l’ho fatto per la performance Storia dell’occhio, allestita presso lo Studio Oggetto di Caserta nel 1996. Si trattava di un montaggio di immagini riprese dalla tv; frammenti di talk show in cui si parlava di omosessualità, ma in modo finto, ipocrita e bigotto. Le immagini scorrevano su un monitor posto in mezzo alle mie gambe divaricate.

B.D.M.: È la prima versione dal titolo batailliano di una performance che hai riproposto in seguito altre volte rinominandola Speculum. Rimanevi distesa per molto tempo su un lettino da ginecologo con un monitor in mezzo alle gambe.
S.M.: A Caserta però ero esposta nella vetrina della galleria, con il pubblico che si trovava all’esterno e poteva ascoltare l’audio della televisione attraverso gli altoparlanti. L’allestimento era piuttosto interessante poiché, ad esempio, il vetro della galleria raddoppiava le immagini, infatti le persone si vedevano riflesse. Ricordo i passanti che scendevano dalle automobili e si fermavano a guardare. Anch’io vedevo riflesse sul vetro le immagini del monitor. Tutto questo creava una sorta di distanza, di separazione.

B.D.M.: L’idea del doppio vetro - quello della galleria e quello del monitor - mi sembra Sukran Moral, Storia dell’occhio, 1996, fotografia, 50 x 70 cmdeterminante per la riuscita di questa installazione-performance. In qualche modo anche tu diventavi un’immagine televisiva “sotto vetro”, da guardare da un’unica prospettiva. Un oggetto audiovisivo da consumare. Non è una differenza trascurabile se pensiamo che nelle altre varianti intitolate Speculum la gente poteva invece girarti attorno, scegliere di guardare solo il tuo corpo con o senza il monitor. Possiamo però leggere il lavoro anche in altro modo: come un contrasto tra due elementi, la verità del tuo corpo hic et nunc e la falsità delle immagini, per di più registrate.
S.M.: La tv è falsa, lo sappiamo tutti, soprattutto quando guardiamo gli orribili programmi pomeridiani.
Ho fatto in modo che questo quoziente di falsità risaltasse ancora di più, insieme alla componente di stupidità e meschinità... Ma la mia vagina-monitor è “critica”, il pubblico non vede più un oggetto o un soggetto passivo, ma un soggetto critico che lo costringe a guardare ciò che non vorrebbe. Questa azione è come un pugno nell’occhio.

B.D.M.: Non dimentichiamo infatti che il tema di Storia dell’occhio e di Speculum è molto serio, drammatico direi.
S.M.: La violenza sulle donne, istituzionalizzata e storicizzata. In Speculum ho riassunto l’essenza dell’umanità: nascita e morte, ma anche una profonda sensualità. Vorrei aggiungere che per questo lavoro sono stata suggestionata sia da blob, un programma televisivo che ho sempre molto apprezzato, sia dal celebre quadro di Courbet, L’origine du monde, un quadro invisibile per oltre un secolo poiché giudicato pornografico.

B.D.M.: Speculum si presta ad enormi possibilità e varia a seconda del contesto, acquistando significati sempre nuovi.
S.M.: Sì, per esempio nella mia personale del 1997 allestita presso il Museo Laboratorio di  Sukran Moral, Museo & obitorio, 1994, performance, still da videoArte Contemporanea dell’Università di Roma, ho giocato sulla mescolanza e confusione di luoghi: le immagini trasmesse dal monitor erano un’alternanza di spazi architettonici, le sale dell’obitorio del Policlinico e quelle altrettanto fredde - poiché accomunate dall’elemento marmoreo - del museo; nell’allestimento avevo sbarrato le porte del museo con immagini di celle frigorifere della morgue. Così il luogo espositivo somigliava ad una camera mortuaria. Tuttavia non credo che Museo & Obitorio sia un’opera fredda, ma basata sul contrasto tra caldo e freddo, tra erotismo e morte.

B.D.M.: L’idea di contaminare lo spazio dell’arte contemporanea, in quanto luogo istituzionalizzato, Sukran Moral, Bordello, 1997, performance, still da videoritorna anche nella tua videoperformance Bordello, realizzata nel quartiere a luci rosse di Istanbul. Era inevitabile che un’artista come te interessata al problema dell’identità lavorasse sul tema del “non-luogo” teorizzato da Marc Augé.
S.M.: Il 1997 è senz’altro un anno di svolta per me. Essere invitata alla Biennale di Istanbul significava in primo luogo ritornare dopo molto tempo in Turchia dopo le disavventure legate all’espulsione ed alla clandestinità in quanto non potevo uscire dall’Italia. Ritornare nel mio Paese voleva dire riallacciare i rapporti con la mia famiglia; la mia idea era quella di dedicare un’opera a mia madre, morta qualche anno prima. Ho lavorato così sui luoghi dell’emarginazione di Istanbul, come il manicomio, il bordello e il carcere (quest’ultimo progetto è purtroppo fallito perché l’amministrazione penitenziaria non mi ha consentito di vivere come carcerata per qualche giorno, provando sulla mia pelle la terribile condizione della galera turca). Il risultato è stato una serie di lavori in video che ho realizzato con molta fatica, non solo per le prevedibili difficoltà relative all’accesso a luoghi così singolari, ma anche per i mille problemi creati dalla Biennale: non mi hanno neppure fornito un videoproiettore, così ho dovuto noleggiarlo io per alcuni giorni, ma per gran parte dell’esposizione il mio lavoro non è stato visibile al pubblico.

B.D.M.: Com’era articolato il tuo intervento alla Biennale?
Sukran Moral, Storia dell’occhio, 1996, fotografia, 50 x 70 cmS.M.: La struttura di Speculum l’ho adattata a questo bellissimo spazio della Biennale, la chiesa sconsacrata di S. Irene. Io ero distesa come sempre sul lettino con divaricatore. Alle mie spalle sul grande schermo veniva proiettato Hamam, un video di circa 30 minuti realizzato per l’occasione, mentre sul monitor scorrevano le immagini riprese negli altri tre luoghi: il bordello, il manicomio e l’obitorio. Mi divertiva l’idea di far vedere tutta Istanbul tra le mie gambe. Durante le riprese mi sono volutamente lasciata influenzare dal posto, dal momento e dal caso. Per girare nella strada dove le prostitute sono esposte in vetrina, ho dovuto chiedere autorizzazione al commissariato che mi ha obbligato ad essere scortata da un poliziotto. Questo bordello di Istanbul si chiama “Yuksek Kaldirim” ed è legale e storico. Però c’è il divieto d’accesso per le donne. Il sesso per la società turca è ancora un problema. Gli uomini cercano ancora donne vergini da sposare quindi il bordello è un posto importante per loro. Anch’io in quell’occasione vidi per la prima volta un bordello turco. È il posto ideale ed incisivo per raccontare la società turca. Il bordello è un luogo metaforico dove il pubblico diventava opera d’arte; loro osservavano le donne come fossero un’opera d’arte o un kebab.

B.D.M.: Con Speculum Istanbul raggiungi anche una certa maturità nel campo del video. In questo Sukran Moral, Hamam, 1997, performance, still da videosenso tra i vari lavori il video Hamam resta, almeno a livello visivo, il tuo lavoro più riuscito.
S.M.: Sono d’accordo. Il video è girato in un bagno turco maschile: ho ricreato una sorta di harem costituito da uomini. Nel bagno turco tradizionale c’è sempre qualcuno che ti lava e così anche in Hamam vengo lavata dall’addetto, attorniata da altri uomini che si lavano tra loro come bambini. Vivendo in occidente mi sono resa conto che esiste un mito del bagno turco e questo per me è stato irritante. Le fantasie legate a questo luogo sono omosessuali e maschiliste. Ho voluto capovolgere questa situazione. Quando ti lasci lavare da uno sconosciuto che ha certi concetti sulle donne le cose cambiano. Ecco perché qualche volta c’era un’atmosfera tesa.

B.D.M.: Parliamo ora dei tuoi lavori successivi.
S.M.: Dopo il 1997 ho lavorato molto sul tema della transessualità, un aspetto sociale che tendiamo a rimuovere, se non per divertimento o per spettacolarizzazione mediatica. A Istanbul avevo uno studio in cui venivano a trovarmi i transessuali, io davo appoggio a queste persone, Sukran Moral, Transistanbul, 1998, performance, still da videospesso perseguitate dalla polizia. Per il momento gli unici lavori realizzati, entrambi nel 1998, sono il video Transistanbul nel quale ballo con dei trans in un locale e mi confondo con loro, nonché un’azione con travestiti e transessuali, che consisteva in un dialogo sull’arte contemporanea e sulla sessualità. Però ho girato anche diverse interviste con travestiti turchi che non ho mai montato ma che riprenderò in futuro e ho intrapreso una collaborazione con un travestito italiano di nome Valérie, ma il lavoro si è poi fermato per alcune divergenze.

B.D.M.: La maggior parte dei tuoi lavori nasce da tue esperienze personali. Immagino anche per motivazioni di carattere etico, solo se si conosce e si vive qualcosa la si può esprimere con autenticità, tradurla in forma estetica...
S.M.: In parte sì. Per esempio io ho realmente vissuto insieme agli amici transessuali per diverso tempo, in modo da assimilarne la psicologia, diventando poi uno di loro davanti alla videocamera. Sukran Moral, Dolore, 1999, performance, still da videoUn’altra azione del 1999, Dolore, realizzata ai Murazzi di Torino, era ispirata ad una operazione subita all’orecchio: ho messo in scena la mia sofferenza insieme ad altre 40 ragazze e ragazzi con la testa fasciata di garza e il camice operatorio. Dondolavamo su noi stessi come automi, come pazienti di un ospedale psichiatrico. L’arte, si sa, ha il potere di esorcizzare e di sublimare il dolore così come la follia.

B.D.M.: Ritornando alle variazioni sul tema, hai usato in altri contesti anche il soggetto di Hamam?
S.M.: Sì, nel 2000, invitata da Mario Martone, ho realizzato una performance al Teatro India, uno spazio bellissimo. Io e un’altra ragazza ci lavavamo reciprocamente in uno spazio molto ristretto in cui potevano entrare solo due o tre persone alla volta per pochi minuti, riprese da una camera fissa che trasmetteva le immagini su un monitor posto all’esterno. Alle nostre spalle veniva proiettato il video Hamam, per creare un legame tra azione reale e azione rappresentata.

B.D.M.: A che cosa stai lavorando attualmente?
S.M.: A gennaio farò una performance a Torino nell’ambito del festival Live Art, curato da Francesca Alfano Miglietti, per questa occasione sto preparando un video dal titolo Despair che dovrò girare ancora una volta a Istanbul. Poi sto preparando un evento incentrato sulla città fredda, inospitale e marginale. Il video sarà in futuro sempre più centrale nel mio lavoro, anche perché ho finalmente acquistato un’attrezzatura professionale.

B.D.M.: Spesso si mette in evidenza la componente trasgressiva del tuo lavoro, anche se credo che per te sia scarsamente importante. Ad ogni modo cosa vuol dire creare scandalo?
S.M.: Ho conosciuto lo scandalo fin da quando ero piccola, nel paese di provincia dove sono nata, Terme. Dopo aver terminato le scuole elementari non volevo fare la sarta e così mia madre mi ha iscritto alle medie di nascosto. Mio fratello mi obbligava a coprirmi con il fazzoletto. Quindi ho conosciuto sin da piccola la violenza. A quindici anni, quando frequentavo il liceo, creai un altro scompiglio: avevo scritto una poesia sul destino delle donne curde. Lo scandalo l’ho visto nella società non nel mio lavoro.

B.D.M.: Nonostante ciò sei riuscita a diventare un’artista e, a giudicare anche dalla forte dose di ironia insita nelle tue opere, mi pare che tu abbia superato quel periodo doloroso della tua infanzia, della tua formazione
S.M.: Il senso dell’ironia l’ho acquistato quando ho toccato il fondo, è stata l’unica cosa che mi ha aiutato ad uscire dalle situazioni difficili. Ci tengo a questa leggerezza, ma non ritengo di essere “leggera”. Ho imparato ad elaborare il mio dolore attraverso la creazione. Certo l’arte è stata una terapia, però nessuna ferita del passato potrà mai rimarginarsi. In fondo penso che tutto ciò che ho fatto nella mia vita nasca dalla voglia di mostrare ai miei genitori quanto valevo e quanto volevo essere amata. Il mio narcisismo non è un atteggiamento d’artista, ma è qualcosa di forzato, che nasce proprio da questa disperata voglia di essere amata.

Sukran Moral (Terme, Turchia) si è trasferita in Italia nel 1989. Vive e lavora tra Istanbul e Roma. Ha partecipato ad importanti mostre internazionali, tra cui la Biennale di Istanbul.

Bruno Di Marino è responsabile dell’archivio audiovisivo del Museo Laboratorio di Arte Contemporanea dell’Università La Sapienza di Roma, fondato nel 1993.


                            

  I video-corpi di sukran
di Massimo Canevacci

La video-arte come genere autonomo di composizione artistica ha favorito l’affermazione di diverse donne che hanno sfidato linguaggi e stereotipi. Tra queste, Sukran Moral rappresenta una figura fondamentale. Una sorta di ansia verso la sovversione di ogni atteggiamento contemplativo tradizionale anima questa giovane donna nata in Turchia e da qualche anno presente in Italia. L’innesto di corpo e tecnologia, di un corpo di donna che si espone nel suo splendore irriducibile a una osservazione neutrale; di una tecnologia che viene sessuata da questa invasione linguistica.
In Speculum riesce a performare la sua provocazione su una serie complessa e intrecciata di livelli. L’azione si svolge sul piano della strada, dove transita la gente “normale”, abituata a paesaggi per l’appunto “normali”. Invece si trova davanti a una vetrina dietro la quale c’è lei, Sukran, sdraiata su un lettino ginecologico, tra le gambe lo schermo acceso di un televisore, il viso - velato come il celebre Cristo a Napoli - comunica in modo opaco e vivido il senso di una esposizione-denuncia. La posizione della donna, che ogni donna assume dal ginecologo, diventa la metafora di una più vasta condizione femminile che deve esporre il suo sesso per lo sguardo “medicalizzato” del maschio. Ma non solo: ogni persona - sia uomo che donna, bambino o anziano, europeo o asiatico - sente sfidarsi dentro. Qualcosa di irriducibile e di eroticamente inquietante.
Forse ogni volta che guardiamo la TV stiamo cercando una evocazione del piacere che il sesso femminile comunica. Lo stravolgimento dell’eros in schermo diffonde questa “perversione”. La televisione inganna uno dei principi che danno il senso della vita: il principio del piacere. Tutto deve essere esposto, ispezionato e osservato. Una sorta di citazione-stravolgimento della celebre opera pittorica del 1866 di Courbet - L’origine del mondo - che mostra in primo piano e senza volto il sesso di una donna. Come è noto il quadro, ora esposto al Musée d’Orsay, fu di proprietà anche di Lacan che fissava in quel primo piano la matrice del logos come fallo. Ovvero, lo sguardo, la tecnica e la pittura di Courbet rappresentavano un discorso che poteva essere esposto in pubblico perché - e solo in quanto - caratterizzato da una supremazia genitale.
Ora tutto questo si stravolge grazie all’audacia inventiva e linguistica di questa artista che spiazza e decompone la centralità onnivora e onni-optica dell’uomo per affermare orgogliosa l’irriducibilità di una esposizione femminile anche nelle condizioni di maggiore subalternità, come nella visita ginecologica… E allora si compone qualcosa di singolare e straniante, la performance mette in discussione ogni tradizionale recepimento: l’esterno si fa interno sia nello speculum che simmetricamente nella vetrina, altro sesso femminile aperto che espone allo sguardo voyeuristico dei passanti non più le tradizionali merci, ma un corpo di donna coatto nella forma della merce che si infila e giustappone tra le gambe.
E allora i pregiudizi si rovinano o, all’estremo, cercano di riconfermarsi come sorriso ironico o incredulo di chi pur fissando la scena non vuol vedere né vedersi. La video-arte che intreccia corpi desideranti o feriti o umiliati con tecnologie e ridefinizione degli sguardi riesce a far esplodere le norme e diffondere l’irregolarità propria di ogni invenzione estetica.

Massimo Canevacci insegna Antropologia presso la Facoltà di Sociologia dell’Università La Sapienza di Roma.

 

 
 



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