Arte contemporanea e cultura in Sardegna e nel Mediterraneo


Ziqqurat n°6
Sommario

Danilo Sini Danilo Sini, Consumer benefit, 1999, installazione a porte socchiuse, vernice fosforescente su muro, letto, scansioni di luce a intervalli di 15”
Vuoti a perdere

di Giannella Demuro

Chi non ricorda “Plasmon… per crescere meglio!”, il ritornello “vitaminico ed energizzante” che negli anni Sessanta il Carosello nazionale propinava alle giovani mamme per persuaderle a crescere figli perfetti in un mondo perfetto, al fianco di padri altrettanto perfetti? Erano gli anni del boom economico, dello sviluppo industriale, delle innovazioni tecnologiche e dei mass media, gli anni del benessere e dell’ottimismo, di stabili e sicuri valori, di futuri mondi possibili colorati di rosa.
Allora era stata la Pop Art a leggere i messaggi molteplici e disparati di quell’epoca, a registrarne in modo puntuale gli eventi, ricomponendo le tessere di un puzzle non ancora completo, di una realtà ancora troppo “presente” per essere adeguatamente decodificata dai più.
Danilo Sini, VDUMMD, 2001, sei corone di alloro, scritte oro su nastro rosso, installazione (particolare), Oratorio di San Ludovico, Venezia, (foto Francesco Allegretto courtesy Nuova Icona, Venezia)Giganti dai piedi d’argilla, i miti di quegli anni si sarebbero presto incrinati negli scontri del Sessantotto e, nel decennio successivo, si sarebbero definitivamente sgretolati e dissolti sulle barricate delle manifestazioni di piazza, delle lotte violente e delle ideologie infrante.
La perdita delle illusioni e degli ideali, la scoperta del “tradimento” (ideologico, politico, sociale, sentimentale, … ma si potrebbe continuare a lungo) si sa, lascia sempre l’amaro in bocca, induce uno spiacevole sentimento di smarrimento, di impotenza, di vuoto. Come condannare, allora, chi, scoprendo che il re è nudo, decide di spogliarsi a sua volta, di non voler più rispettare regole e di non più procedere sui binari di codici precostituiti?
E' il Punk. Il rifiuto delle icone, il sovvertimento degli ordini, la decontestualizzazione dei simboli, la perdita dei significati, l’azzeramento del senso: Ë la destrutturazione di un reale non adeguato, sostituito di lÏ a poco da un immaginario “contaminato”, ipertrofico e onnivoro. Fenomeno musicale (nato verso la metà degli anni Settanta), ma non solo. Piuttosto, una “filosofia” dell’esistere e del fare, o meglio, del “non” esistere e del “non” fare, destinata a “non” morire, a mutare, ad evolversi nelle tante molteplici e spesso contraddittorie forme che caratterizzano il paesaggio culturale e artistico del nostro presente.
Danilo Sini, …and I will kill you all, 2001, olio su tela, 29 x 42 cm Quel disagio profondo, quel sentimento di vuoto che si definiva sempre più chiaramente come malessere esistenziale, Ë stato intuito più che colto in modo consapevole dalla generazione di artisti nati nel decennio del “miracolo economico”, poco più che bambini negli anni Settanta: trattenuto fra le maglie dei ricordi personali; condiviso nelle immagini che, attraverso la Tv e i mass-media, diventavano parte della memoria collettiva; vissuto poi, nei primi anni Ottanta, nell’adesione “militante” alla filosofia  Danilo Sini, Mon ami à la mer avec le Sacre Coeur, 2001, olio su tela, 60 x 80 cmnichilista del fallimento e del rifiuto.
Di quella generazione, che in Italia ha tessuto le trame dello scenario artistico degli anni Novanta e che oggi traccia le coordinate d’orientamento per il nuovo millennio, molti hanno, infatti, condiviso quell’esperienza giovanile, come Marco Cingolani, Pierluigi Pusole, Andrea Chiesi, Torsten Kirchhoff, idolo punk della scena danese prima del suo arrivo in Italia. Tra essi anche Danilo Sini, al tempo chitarrista dei PSA, formazione punk nata in Sardegna nei primi anni Ottanta, unica ad ottenere significativi riconoscimenti nel circuito nazionale e internazionale.
Il processo di neutralizzazione e azzeramento dei codici e delle categorie, innescato dal movimento punk, ha modificato radicalmente le modalità del pensiero e dell’agire, ha dissolto i confini tra “culture”, ha operato contaminazioni tra linguaggi e ambiti differenti, citando il passato e accogliendo tutti gli innumerevoli stimoli mediati dal mondo della comunicazione di massa - pubblicità, videoclip, fumetti, moda - e ha generato estetiche ibride dove anche il concetto di arte risulta azzerato, sostituito non da rigide teorizzazioni, ma da un pensiero fluido e malleabile, coscientemente fragile e precario: poetico tessuto connettivo tra pratiche differenti di differenti geografie umane.
Distante dall’Arte Povera e dai vari “concettualismi” degli anni Settanta, cauta nei confronti della Transavanguardia, di cui tuttavia condivide il procedere “trasversale” e da cui, cronologicamente, deriva, l’arte di quest’ultimo decennio si riconosce piuttosto nella Pop Art degli anni Sessanta che, depredando i codici comunicativi, estetici e sociali di allora, mescolava i valori della cultura “alta” con le forme della cultura popolare, creava icone sottraendo “oggetti d’uso” alla mediocrità del quotidiano, proponeva codici diversi e anticipava quel procedere per contaminazione del fare artistico che oggi è divenuto pratica codificata e condivisa.

Danilo Sini, Cosa c’è dentro gli angeli, 2000, bambolotti in gomma, t-shirts stampate, luci intermittenti e ali di piccione, dimensione ambiente (particolare) Danilo Sini, Cosa c’è dentro gli angeli, 2000, bambolotti in gomma, t-shirts stampate, luci intermittenti e ali di piccione, dimensione ambiente (particolare)


Anche la ricerca di Danilo Sini, nata a metà degli anni Ottanta, fin dalle prime prove che ricordano Warhol e la Pop Art, appare pervasa da quel malessere e da quel senso di smarrimento e di perdita che attraversa la gran parte delle ricerche condotte dagli artisti di quella generazione. Sini interveniva, allora, su vecchi elettrodomestici degli anni Cinquanta - televisori, radio, asciugacapelli - svuotandoli dei meccanismi interni e trasformandoli in “icone di se stessi” mediante l’applicazione di immagini o decorazioni dipinte sulle loro superfici. Già in questi primi lavori appare, dunque, chiaro il senso dell’opera di questo artista, anch’egli figlio tradito e disilluso di quei favolosi anni Sessanta, musicista prima ancora che artista visivo, che sviluppa la sua poetica intorno ai concetti dell’assenza, del vuoto, della perdita/privazione.
Danilo Sini, Cattivibambinipentiti (...y asi no puedo ver el rosa!), 2000, olio su tela, 24 x 50 cmPoetica dell’impossibilità, dell’inabilità del fare e dell’essere, azione che nasce da una lettura del reale e delle sue molteplici sfaccettature, condotta attraverso il filtro spiazzante, beffardo e a volte crudele dell’ironia: come dire che solo il disturbo, la frizione, lo scarto possono consentire un approccio “laterale”, strategico, per quanto possibile indolore, a contenuti forti e inquietanti.
Ma quali sono questi contenuti? Perchè la realtà appare così dura da affrontare? La risposta sta, forse, nella diffusa attitudine individualista di questa generazione, che orienta la prassi artistica in funzione del proprio io, obbligandosi, quasi, a cogliere ogni aspetto del reale, esterno o interno che sia, attraverso la dimensione soggettiva dell’io, una dimensione che la storia stessa ha più volte “tradito”: nelle attese, nelle illusioni, nei sogni.
La consapevolezza della caduta delle illusioni, la scoperta della categoria esistenziale del vuoto, hanno persuaso Danilo Sini dell’inutilità del fare artistico. Tuttavia, è proprio sul vuoto che egli conduce la sua ricerca, compiendo incursioni nella vacuità dei simboli e delle icone dell’immaginario collettivo, e imprigionando le tante effimere impronte del vuoto con tecniche e linguaggi di volta in volta differenti: dalla pittura al video, alle installazioni e al fumetto.
Il sentimento del vuoto è ansia impotente in Per andare dove?, l’opera che Sini ha presentato nel ’96 alla Quadriennale di Roma. Tre grandi pale centinate, ricoperte di terra, sostengono tre ruote di sale pressato, mantenute a varie altezze da una corda. L’opera, apparentemente solida nella sua solenne monumentalità, è, in realtà, più volte fragile: lo è fisicamente, perchè i materiali che la compongono sono deperibili per loro natura; lo Ë nella metafora che incarna: la condizione dell’insularità, che consente di muoversi e di esistere sulla terra, ma che spietatamente annienta chi cerca di abbandonarla, come il sale che si scioglie a contatto con l’acqua; lo è nell’aura sacrale che effonde, simbolo di una spiritualità che mostra la sua corruttibilità. Ma, coerentemente con lo spirito del punk, nella poetica di Sini la condizione di insularità non definisce l’appartenenza ad un luogo specifico, ma, piuttosto, un’universale assenza esistenziale.
Altre volte, il vuoto Ë semplicemente fisico, come un battito che cessa per un fuggevole istante, per poi riprendere il suo ritmo usuale. Ma è quell’assenza di tempo che mostra l’abisso del nulla. Così, Angeli e Anime (1997) opere realizzate con pelli di coniglio rivoltate sulle quali l’artista, a volte, innesta ali di piccione, sono involucri vuoti, ormai inutili, obbligati a ruotare all’infinito, in una straniante e ipnotica danza.
Le simbologie e le iconografie che ricorrono nel lavoro di Sini sono numerose e diverse, da quelle universali, archetipi religiosi o mitologici, a altre di derivazione ideologica o mass-mediale. E, ogni volta, Sini ne svela il loro aspetto più materiale, evidenziandone le fragilità intrinseche, svuotandole dei contenuti più profondi, tenendole in bilico sul baratro dell’annullamento, per offrirle allo sguardo di chi non può o non vuole vedere.
Tra esse, l’angelo Ë una figura ricorrente, essere ambiguo la cui identità Ë annullata nella lotta - che può divenire, suggerisce Sini, complice intesa - tra il male e il bene. Nella serie delle Situazioni del ’96, figure di cavalieri, cardinali, creature fantastiche e inquietanti, demoni e angeli ambigui su tacchi a spillo, dalle lingue guizzanti, sono dipinti su grandi carte fatte a mano, fragili non-luoghi che svelano come il “potere” religioso conviva con quello temporale in un mondo popolato da figure dipinte come ombre bidimensionali, private di spessore, vale a dire, di un proprio specifico ruolo.
Tutte le operazioni di “svelamento” di Sini, per quanto sostenute da un cinismo più o Danilo Sini, Simmetria della tensione, 1997, macchine da scrivere, filigrana oro su lino, dimensione ambiente meno evidente, sono condotte sempre con spirito ludico e ironico, come se l’artista volesse dimostrare, a se stesso ancor prima che agli altri che, nonostante tutto, in fondo, non bisogna prendersi poi troppo sul serio.
Con questo spirito, nel ’99 Sini realizza Souvenir, un intervento di denuncia contro i poteri ideologici e di regime, per il quale si serve dei simboli stessi di quei poteri che hanno ampiamente mostrato i loro fallimenti. Contornati da tante piccole ghirlande e cuoricini colorati, l’artista ha accostato gli ideogrammi della “falce e martello” e del “fascio littorio”, realizzandoli nella stessa pasta di mais decorata con tralci di fiori e nastrini dorati per mostrare la loro inconsistenza, mortificarli e azzerarne il contenuto.
Un lavoro di poco successivo, CCCP, che tratta ancora il tema della storia e dei suoi simboli, lascia intuire quale sarà l’evoluzione del lavoro di Sini. Nell’opera, infatti, compare un orsetto in terracotta rosso, simbolo dell’ex Unione Sovietica, che abbraccia una falce e martello. Un altro pupazzetto Ë il protagonista di Gli hobbies: serial killer con vittima, è un coniglietto di peluche rosa che si prepara ad aggredire con un coltello un coniglietto più piccolo che tiene in braccio. Anche se apparentemente, la comparsa dei due “giocattoli” puÚ essere considerata “strumentale” al lavoro di Sini, il Monumento all’infanzia tradita: crash test, anch’esso del ’99 - un’automobile incidentata coperta da un telone bianco attraverso il quale filtra la traccia luminosa di un gruppo sanguigno - conferma la focalizzazione dell’attuale ricerca dell’artista sul tema dell’infanzia, un’infanzia, inutile dirlo, vuota, tradita, assente.
Questa fase della ricerca di Sini coincide con i percorsi di artisti quali Enrica Borghi, Alex Pinna, Raffaele Piseddu, Antonio Riello, per i quali la dimensione della soggettività, variamente elaborata, si identifica con il mondo dell’infanzia, il luogo dove più profondo è il legame tra immaginario e realtà, dove l’immaginario sembra, anzi, diviene, più vero e importante della realtà stessa, fatto, questo, che rende il tradimento delle attese ancora più doloroso, più sofferto, più difficile da accettare.
Danilo Sini, Mon ami, 2001, olio e smalto oro su tela, 60 x 84 cm (foto Donato Tore courtesy Nuova Icona, Venezia)Una riflessione sull’esperienza del tradimento porta Sini, prima, al ciclo dei Cattivibambinipentiti - immagini forti, germinate, sembrerebbe, più dall’inconscio che dal pensiero, ritratti di bambini che nessuno vorrebbe mai vedere, o nei quali nessuno vorrebbe mai doversi rispecchiare, visi vuoti di cecità dell’anima, che hanno perduto il sentimento dell’innocenza - poi ai bambinitopolini di VDUMMD, opera dedicata a Mickey Mouse, icona inossidabile del nostro tempo e compagno fedele di avventure immaginarie per intere generazioni di ex-bambini.
Nel titolo VDUMMD- acronimo di Ve Dei Uen Michi Maus Daid, approssimativa trascrizione fonetica dell’inglese The day when Mickey Mouse died - sta una delle possibili chiavi di lettura di questo lavoro, ironico e provocatorio, che celebra la morte di Topolino, evento inequivocabilmente irreale ma metaforicamente possibile, per ogni adulto che sia stato bambino. Solenne e al contempo dissacratoria, una teoria di corone commemorative riporta su nastri rossi le parole che compongono l’acronimo del titolo, titolo che compare ancora, ripetuto come in un refrain, sui fondi vuoti dei ritratti: ritratti ad olio, inquietanti e severi, di bambinitopolini dai lineamenti perfidamente tratteggiati col carboncino, quasi a voler sottolineare la precarietà di un’identità facilmente cancellabile, in contrasto con la perenne e straniante immobilità di uno spazio assente.
Dietro il dolore del tradimento subÏto, dai ritratti di questi bambini-mostri dallo sguardo smarrito, proiezioni alienate del vivere contemporaneo, traspare un candore innocente: l’illusione possibile di un mondo che forse non Ë solo un inaffidabile “vuoto a perdere”.

Danilo Sini Ë nato a Sassari nel 1961. Vive e lavora a Sassari.

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