Arte contemporanea e cultura in Sardegna e nel Mediterraneo


Ziqqurat n°6
Sommario

Greta Frau
e l'arte dello spiazzamentoGreta Frau, Trancia G.96, 2001, olio su tavola, 22 x 29 cm, (courtesy Galleria Carasi, Mantova)

di Ivo Serafino Fenu

«Ricordo le nostre due voci risuonare in una stanza. Voci distinte, separate, che intrecciandosi progressivamente fra loro, nel canto di un’aria di Puccini, ne creavano una sola: “Oh sorella, la morte è vita bella”». Greta Frau nasce, secondo le indiscrezioni della Trancia S. (3), da un intreccio di voci, voci distinte e separate ma la cui somma ha generato una polifonia a dir poco sorprendente. Chissà se cinque anni fa, quando per la prima volta si sentì parlare di lei in Sardegna, la varia corte che le diede i natali era pienamente consapevole di aver creato una regina potente e autonoma, tanto da poter esistere e resistere surclassando i suoi stessi ideatori/cortigiani? Quella che in origine sembrava niente più di una trovata goliardica e, per quanto magistralmente condotta, di breve respiro a causa della sua “virtualità”, ha finito per trasformarsi, infatti, in uno dei più concreti eventi artistici prodotti in Sardegna negli ultimi anni, uno dei pochi esportabili ed esportati, sorprendentemente longevo e capace di nuovi e altrettanto sorprendenti sviluppi.
Del resto, che la sorpresa e l’Arte dello Spiazzamento, supportate da un disinvolto approccio situazionista, fossero le peculiarità dell’operazione culturale era intuibile, meno scontata era invece la capacità della stessa di autorigenerarsi e continuare a far girare le ruote di quella sedia, ambigua e letteraria dannazione esistenziale di Greta Frau, verso nuovi esiti, con un movimentismo veramente insolito per una disabile, orgogliosamente e inutilmente, in tacchi a spillo. È proprio l’artificio letterario di condannare Greta su una sedia a rotelle, di renderla inabile eppure onnipresente, a permettere di imbastirne la credibilissima quanto improbabile biografia. Nata in Germania, più precisamente a Colonia, nel 1942, per lungo tempo ricercatrice di immunologia presso il National Institute of Medical Research di Londra, perde l’uso degli arti inferiori in un pauroso incidente stradale durante una sua vacanza in Sardegna e decide, per dare una svolta ancora più radicale alla sua vita, di restare nell’Isola acquistando uno stazzo in Gallura, chiudendosi in una sorta di esilio dorato e volontario.
Greta Frau, G.96 - dettato, s.d., performance (courtesy Carasi ArteContemporanea, Mantova)Da allora, forse rapita dal fascinoso contesto ambientale, elabora una sua Teoria del Bello all’insegna del motto - Tutto è Bello. Fate - dedicandosi in un primo tempo all’elaborazione di brevi aforismi e, successivamente, a veri e propri componimenti letterari di notevole intensità poetica e dai quali trapela una surrealtà vagamente crepuscolare, in linea, del resto, col personaggio. Approda, infine, da autodidatta di talento, alla pratica pittorica, trovando pure il tempo di condurre per un breve periodo, una rubrica di posta su un quotidiano locale, accentuando prima, per abbandonarlo poi, il carattere “mondano” e volutamente kitsch dell’operazione, a dispetto dell’aristocratica riservatezza del suo stile di vita. La bio-mitografia di Greta racconta inoltre che nel 1984 aveva iniziato, tra l’altro e quasi per caso, a collezionare porcellane, riuscendo ben presto a raccogliere un numero cospicuo di pregevoli pezzi, per lo più a soggetto sacro e provenienti quasi interamente da Nymphenburg e da Capodimonte, ma la raccolta venne trafugata da ignoti la notte tra il 25 e il 26 febbraio 1999 e con la sua scomparsa si è spento anche il suo interesse per tale produzione.
Allestisce la sua prima personale presso la Galleria Shardana di Olbia nel dicembre 1998 esponendo 16 dipinti a olio, sorta di autoritratti immaginari con i caratteri fisionomici di eroine care all’immaginario femminile quali, per esempio, Elizabeth Siddall, musa dei preraffaelliti morta per un’overdose di laudano: la morte, il senso dell’assenza, la negazione del presente e del contingente è il filo conduttore della mostra e diverrà, col tempo, elemento caratterizzante di tutta la produzione successiva. Dopo la mostra di Olbia, in una sorta di percorso à rebours, inizia a dipingere con un’ossessività quasi paranoica la serie delle Trance, ritratti a olio di piccolo formato che immortalano le sue vecchie compagne di classe, tutte rigorosamente in camice nero e colletto bianco e con la scriminatura sulla fronte, tutte simili nel loro aspetto quasi funereo e dal cipiglio severo e arcigno e tutte così fortemente caratterizzate da essere pervasive e ipnotiche.

Greta Frau, Trance K.107,  2001, olio su tavola, 22 x 29 cm (courtesy Carasi ArteContemporanea, Mantova)
Greta Frau, Trance M.105, 2001, olio su tavola, 22 x 29 cm (courtesy Carasi ArteContemporanea, Mantova)
Greta Frau, Trance A.110, 2001, olio su tavola, 22 x 29 cm (courtesy Carasi ArteContemporanea, Mantova)
 Greta Frau, Trance C.109, 2001, olio su tavola, 22 x 29 cm (courtesy Carasi ArteContemporanea, Mantova)


La tecnica è sopraffina e l’apprendista pittrice rivela da subito doti non comuni. Un’artista per la quale i critici più attenti non lesinano giudizi lusinghieri e, spesso, ingombranti confronti. Per Giuliana Altea, che ne recensisce le prime opere esposte a Olbia e ne segue tutto il percorso artistico con devozione quasi materna, il suo fiamminghismo esasperato, al limite del virtuosismo, è paragonabile solo a quello proposto dal citazionista Carlo Maria Mariani o, in Sardegna, dal talentuoso Aldo Tilocca, allora punta di diamante del rinnovato interesse verso la pratica pittorica; a Maurizio Sciaccaluga ricorda invece la ritrattistica della provincia americana dell’Ottocento e sempre il ritratto ottocentesco, spesso di grande valore tecnico e altrettanto spesso immerso nelle nebbie dell’anonimato, è evocato dai più come carattere peculiare della sua pittura. Si potrebbe aggiungere che quella di Greta appare una ricerca votata all’assolutezza tipica delle icone bizantine, ad esse rimanda, del resto, l’apparente serialità della produzione, nella quale l’individualità della Trancia è sopraffatta dalla prassi operativa che, raggiunta l’agognata perfezione, travalica il contingente e l’accidentalità del singolo, divenendo manifestazione visibile di un Ente superiore.
Greta Frau, Prediche, cortile Casa del Mantenga, Padova, s.d., performance (courtesy Carasi ArteContemporanea, Mantova)Da allora Greta si fa o viene fatta artista a tutti gli effetti e la rosa delle Trance, prima esclusivamente limitata alla cerchia ristretta delle sue compagne di classe o, meglio, alle sue e ai suoi complici/sodali, si allarga sempre più divenendo una vera e propria setta dedita a chissà quali culti misterici e della quale lei è il pontefice massimo e/o la druida Norma, reinventandosi in continuazione per perpetuare la sua esistenza e alimentarne il mito tramite performance affidate alle sue fedeli consorelle; i suoi interventi varcano presto i confini della Sardegna per approdare in prestigiose gallerie e spazi espositivi della Penisola tanto da essere la sola a rappresentarla all’Arte Fiera 2002 di Bologna.
Le Trance divengono epifania di Greta, non alter ego bensì Greta stessa, che in un blasfemo e delirante processo di transustanziazione si incarna nelle sue adepte. Presenti nella loro duplice sostanza, pittorica e reale, ieratiche e impettite, sedute a un dozzinale banco di scuola, in memoria, forse, dei trascorsi scolastici comuni, dotate di telefono o auricolare, trascrivono diligentemente su fogli di carta gli aforismi dettati dalla Frau per poi appallottolarli e gettarli sul pavimento. Solitamente gli astanti, prima timorosi poi più audaci, li raccolgono, li leggono e li conservano gelosamente, quasi si trattasse di responsi divinatori elargiti dalla novella sibilla.
Greta Frau, Trance di campagna - G.96 III, 2001, fotografia b/n (courtesy Carasi ArteContemporanea, Mantova)Oscillanti tra finesses alla Wilde e amenità alla Donna Letizia si incentrano sul culto della Bellezza: La Bellezza è Tutto. Tutto è bello - Fitosomi, retinolo, nmf, ceramici… un obiettivo in comune: l’eternarsi della Bellezza - Non esiste un dentro e un fuori per la Bellezza. La Bellezza è, lì, davanti, dietro. Ti segue sempre, anche quando ti giri - E’ possibile arrestare totalmente l’invecchiamento della pelle - La Bellezza è paralisi. Abili e disabili lo siamo tutti - A è uguale a Z. Spesso tali performance sembrano contenere, seppure in maniera marginale, una meditazione venata da accenti ironico/voyeuristici sull’enigma dell’arte e sull’ambiguo rapporto che viene a crearsi nella triangolazione artista, opera d’arte, fruitore.
Fin qui il mito, o meglio, il personaggio Greta Frau, esito, come già detto, di un complesso artificio letterario e di una fatica corale ordita su un inedito e felice complotto sull’asse Sassari-Cagliari. In realtà per comprenderlo e risalire alle sue origini, per le quali, trattandosi di una gentile seppure anagraficamente virtuale “signora”, eviteremo nomi, cognomi e quant’altro, si cercherà di ripercorrerne la storia attraverso le sue stesse Trance che su di lei espressero giudizi ammirati o, spesso, subdole cattiverie. Prima tra tutte la Trancia A. (7) che di lei ebbe a dire nell’illuminante e già esaustivo Trance di compagne, primo catalogo della sua attività datato 1999: «Tutte le notti sognavo di essere lei». E sì, perché peculiarità di Greta è l’aspirazione delle sue “parti” ad essere Lei, un’aspirazione e un’invidia che la Trancia G. (24), sua compagna di banco e, pertanto, intima se non “parte” in causa, esprime surrettiziamente esaltandone e al contempo invidiandone i «suoi capelli, che aveva bellissimi, castani e lunghi fino al ginocchio». O, ancora, la Trancia M. (11), piccola e minuta, che ne invidia l’altezza e ricorda, forse alludendo all’ambigua identità sessuale di Greta, di quando ne sentiva «il suo braccio peloso e l’odore di crauti sotto le ascelle». Con disarmante sincerità o, forse, con più perfidia la Trancia P. (20), probabile rivale in cose d’arte, cerca di smontarne la “favola bella” affermando, senza mezzi termini che «quella è solamente una falsa».
Si potrebbe continuare all’infinito col gioco delle citazioni, ma quella che emerge, sempre e comunque, è la coralità di Greta, frutto di quelle «voci distinte, separate, che intrecciandosi progressivamente fra loro, ne creavano una sola», secondo l’indicazione d’apertura della Trancia S. (3), anch’essa, indubitabilmente, parte del tutto. In questo gioco delle parti il pittore, il poeta, il critico, il giornalista, o, ancora, il gallerista, il coreografo, etc. etc., conniventi-cospiratori nonché frustrati e imperfetti epigoni di Pigmalione, aspirano a essere Greta eppure arrancano dietro il suo mito, forse ignari che, secondo un assioma caro alla Gestaltpsychologie, la funzione delle parti è determinata dall’organizzazione dell’intero e, pertanto, è irriducibile alla semplice somma dei suoi elementi costitutivi, siano essi padri, madri, fratelli e sorelle o semplici levatrici che, nella fattispecie, di Greta si contendono la primogenitura ma della quale, nel loro particolare, non avranno mai la complessità.
Il personaggio Greta è, oramai, come un invasivo Blob, fagocita tutto al fine di alimentare il proprio mito: castra, inibisce e uccide le singole individualità che l’hanno generata, impedendo al critico di scriverne o costringendolo a improbabili contorsioni retoriche, sugge la linfa vitale del pittore e lo costringe nel suo angusto e claustrofobico recinto tematico, confina la voce del poeta in una gabbia di vacui inni alla Bellezza sempre più prossimi ai bugiardini contenuti nei prodotti di cosmesi. Eppure, coi suoi scheletri nell’armadio e le sue colpe, «l’operazione-Greta» come l’ha definita Marco Senaldi sul catalogo Trance di campagna, è vincente. Anticipa il genere, attualissimo, dell’artista virtuale creato con intenti più o meno polemici verso il sistema dell’arte contemporanea, del quale il caso della Biennale di Tirana e dei fantomatici e insistenti artisti proposti da un ignaro Oliviero Toscani, è solo il più recente seppure paradigmatico perché, nonostante tutto, l’operazione ha avuto le lodi dell’altrettanto ignaro curatore Giancarlo Politi il quale, pur gabbato, ha riconosciuto nel o negli ideatori della beffa, gli artisti del domani, in fondo anch’essi della stessa genia di Greta.
Illuminanti, a tal proposito, sono ancora le parole di Senaldi: «Se ricostruire i bei tempi andati in cui esistevano l’Arte, la Bellezza e il potere non è più possibile, forse l’unica via di scampo è immaginare che quei tempi esistano ancora, è produrre un simbolismo immaginario che ribalti l’immagine della seduzione contro se stessa […] creare una biografia solida e dettagliata ad un fantasma […] usare senza ritegno concetti come Dio, Popolo, Bellezza come se esistessero ancora: impiegare strumenti desueti come prediche, aforismi, apologie, per dire un memorabile Nulla; dar corpo e volto ad immagini di un passato che non è mai esistito né mai esisterà».
Cos’è dunque Greta? Una delle più convincenti artiste neo-situazioniste del momento nel panorama italiano o, piuttosto, come suggerisce l’anagramma del suo nome, una grande “fregatura”? L’attenzione del mercato, il consenso e la curiosità che generano le sue performance, la qualità comunque altissima della sua produzione pittorica per nulla virtuale, indicano che, con ogni probabilità, la prima risposta è quella giusta.
Greta finisce per essere un “Nome collettivo”, una sorta di novello e redivivo Luther Blisset: creatura Una e multipla costituita da entità plurali e interscambiabili che sotto la sigla originaria, in quanto iniziate, o, per usare il gergo caro alla setta, “tranciate”, possono proporsi, senza copyright, nelle più svariate e autonome operazioni artistiche, consapevoli di essere una, nessuna, centomila.

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