Arte contemporanea e cultura in Sardegna e nel Mediterraneo


Ziqqurat n°5
Sommario

 

SPECCHIO delle mie BRAME
Intervista a
Josephine Sassu
Josephine Sassu, Affettuosi bacilli, 1996, legno, stucco, gesso, dimensioni medie 36 x 30 x 2 cm

        di Anna Rita Chiocca

A. R. C.: Per molto tempo Josephine Sassu è stata identificata come “quella che cuce”, eppure il tuo lavoro appare piuttosto complesso per l’ampiezza dei mezzi espressivi utilizzati: il disegno, le performance e ultimamente il teatro. Come percepisci questa necessità di etichettare in maniera così semplicistica un artista?
J. S.: Credo che ci sia una necessità, da parte delle persone, di utilizzare definizioni stereotipate. Probabilmente molti pensano che io “cucia” perché i lavori che ho realizzato con questa tecnica sono stati più appariscenti. Qui in Sardegna ho proposto delle installazioni che evidentemente hanno lasciato un segno più forte di altri. In realtà, per me è sempre stato il fine che ha giustificato il mezzo: per quanto ci siano stati degli sviluppi e delle evoluzioni, il fine è sempre lo stesso, i mezzi variano.

A. R. C.: Del resto hai sempre affermato che non ti piace cucire.
J. S.: Sì, è vero. È anche vero che ho cucito e molti hanno visto in questo una grande capacità, ma, per me, realizzare quei lavori con il tessuto era, al momento, la soluzione ideale, quindi il cucito era necessario. In realtà, questo è vero per il cucito, ma è vero per tutte le altre cose che ho fatto sia con la plastilina, sia con le sculture bidimensionali in legno, sia con il disegno. Ho sempre utilizzato quelle che sono le abilità minime indispensabili, per questo posso dire di non saper cucire, posso dire - come spesso dico - di non saper disegnare.

A. R. C.: Pur non facendo mai riferimento alla Sardegna, nelle tue opere si percepisce spesso un legame con un vissuto legato al contesto locale: il cucito, il cibo, la scelta di alcuni materiali o forme evocative. Come si inserisce, nel tuo lavoro, quest’esperienza quotidiana del vissuto?
J. S.: Intanto ho già detto che non utilizzo grandi capacità, nel senso che non metto in atto quelle che sono delle grandi competenze, ma quelle minime, le stesse del vivere quotidiano.
Il mio essere e non essere sarda è legato al fatto che non sono nata in Sardegna. Non ho entrambi i genitori sardi, ma sono nata in un “altrove”, in un posto che sì esiste, ma non ha sostanzialmente nessun legame con me. Rispetto ad altri, che hanno un senso delle “radici” più rigoroso, io manifesto quest’appartenenza sempre in punta di piedi.
Mi viene in mente il Piccolo principe che vivendo nel suo piccolo mondo aveva giusto due o tre vulcani da custodire e una rosa da coccolare. Probabilmente il piccolo principe, avendo lasciato la sua terra e soffrendo di nostalgia, ha fatto di quella situazione negativa la sua forza.
Probabilmente io attingo, anche inconsapevolmente, a delle fonti che sono a volte remotissime, a volte spente assolutamente. Ma non lo faccio in maniera forzata, ostentata, voluta. Credo che sia naturale che le componenti, quello che è il DNA emotivo, culturale e fisico si esprima nei lavori.

Josephine Sassu, Conquisteremo il mondo, 1996, cernit, dimensioni medie 6,5 x 4,5 x 3 cm A. R. C.: In tutti i progetti, sin da Affettuosi bacilli, appare centrale la sfida portata alle nozioni di molteplicità e unicità, ripetizione e originalità, innovazione tecnica e tradizione, giocando sull’ambiguità di queste che, in arte, sono definizioni acquisite. I tuoi lavori sono legati al concetto moltiplicazione/invasione e Specchio delle mie brame è un lavoro dichiaratamente infinito. Uno sconfinamento non solo spaziale ma anche temporale?
J. S.: Qualche anno fa, lavorando soprattutto sul tridimensionale, pensavo: «Ma la superficie bidimensionale, come posso invaderla?» Probabilmente un grande aiuto mi è stato dato da Tutti i mali che vengono per nuocermi, dove una superficie minima come il post-it era diventata supporto dei disegnini prodotti in 365 copie. Da lì ho iniziato a trovare forse un altro varco.
Una cosa che trovo molto vicina alla tua analisi è questo fatto della “sfida”: probabilmente io ho un atteggiamento, tutto sommato, molto aggressivo nei confronti dei miei lavori. In Specchio delle mie brame il mezzo è una superficie bidimensionale,Josephine Sassu, Tutti i mali che vengono per nuocermi, 1998, (particolare), matita su post-it, 5 x 4 cm piatta, è la tela, il supporto canonico del pittore che riceve l’autoritratto, per cui mi muovo su una superficie che è ortodossa, ma in realtà lo spazio che io invado - in maniera anche più violenta di quanto lo spettatore possa percepire - è uno spazio assolutamente privato. Il soggetto sono sempre io, il limite è quello dell’esistenza, in questo caso della mia esistenza, perché è lo specchio delle mie brame.
Effettivamente, proprio con questo lavoro, in questo momento sto rendendo concreto, sto portando alle estreme conseguenze quello che è il discorso dell’estremo. L’ambito è quello più privato, legato al tipo di lettura banalizzante che si fa dell’opera d’arte “che è espressione dell’animo”, cioè una definizione banale. Ecco, io estremizzo anche questo!
In questo caso, porto avanti un discorso che non è finito, cioè quello del limite, dell’invasione, del margine che c’è tra il bello e il brutto, tra il buono e il cattivo. Il tema è il limite dell’esistenza e il limite dell’essere, nello specifico del mio essere, della mia esistenza.

A. R. C.: Il tuo è un lavoro “post mortem”, infatti, nel 1999 con Ritenta sarai più fortunato ti sei seppellita.
J. S.: Sì! Qualcuno avrebbe voluto che non fossi uscita e qualcuno vorrebbe rimettermi nella tomba (ride).

A. R. C.: È un modo per esorcizzare?
J. S.: Quello degli esorcismi è stato uno dei degli input principali da cui sono nati tutti Gli affettuosi bacilli e I tumori benigni: erano sostanzialmente degli amuleti. Il toccare inizialmente un qualcosa che può essere negativo, lavorare sul limite, anche con la parola. Nel titolo c’è, quindi, anche questo livello di tipo letterario.

A. R. C.: Penso ai titoli o alle definizioni narrative che sostengono i tuoi lavori, fanno riferimento al linguaggio della divulgazione scientifica mass mediale, alla pubblicità o alle formule retoriche del linguaggio fiabesco. Il mondo che ne emerge è piacevolmente giocoso, ma si annida sempre l’inquietudine del non detto, una piccola tragedia paradossale, una quotidianità grottesca. Qual è?
 Josephine Sassu, La valle degli orti, 1997, (particolare dell’installazione), pileJ. S.: Un po’ si parte da quanto ho detto prima del fare del difetto virtù. La presenza della parola non è una cosa secondaria ma è, anzi, il punto di partenza, la chiave di volta di tutti i miei lavori, a volte le fondamenta. Sostanzialmente parto sempre da una suggestione. Prima che nascessero i miei autoritratti è nato Specchio delle mie brame, una riflessione su quella frase. Prima che nascesse La valle degli orti come installazione, come produzione di oggetti, come produzione di sensazioni, ho riflettuto molto sulla frase “la valle degli orti”. Effettivamente la parola, in questo mio ultimo lavoro, ma già in precedenza, si è solidificata nel senso che ho avuto, in questo caso, l’esigenza di trascrivere la frase in ogni autoritratto, cioè la risposta dello specchio.

A. R. C.: Perché questa necessità di costruire un mondo grottesco e paradossale?
J. S.: Una cosa che è stata importante per me, una cosa anche questa volta banale, è stata la lettura di un’intervista di Marina Abramovic, qualche anno fa, quando era ancora in atto il conflitto nei Balcani. Marina Abramovic parlava delle sue operazioni, delle sue ultime performance e sottolineava il fatto che si può reagire a delle situazioni, così come fa lei, oppure, con eguale forza lavorare nella stessa maniera di Monet, che durante il primo conflitto mondiale dipingeva le ninfee. Questa cosa mi ha colpito molto perché probabilmente anch’io faccio questo. In effetti, alcune mie installazioni sono effettivamente dei giardini, laghetti di ninfee, transgeniche, sicuramente post atomiche. Mi piacerebbe essere ancora più estrema e fare delle cose leziosissime ma l’orrido mi scappa di mano, poi non so perché lo faccio! E’ una cosa che fa parte di riflessioni intime sulla vita che avrei paura a esprimere. In realtà non sono io che metto la ciliegina sulla torta ma sono le ciliegine che vengono da me.

A. R. C.: Ritorniamo a Specchio delle mie brame. Nel tempo si è evoluto, ha acquisito valenze e significati sempre più complessi. Dalle piccole tele a queste di dimensioni notevoli, che hanno allegramente invaso il tuo studio. Dove ti sta portando questo viaggio?
J. S.: Questo è un progetto che porto avanti da un anno e mezzo, che non mi sembra poco per una serie di lavori. Io credo che nell’evoluzione il punto di partenza è stato importante perché, anche quando lavoro sulla bidimensione lavoro su una superficie, che non è quella fisica, ma è quella mentale: la componente concettuale del mio lavoro è determinante.
C’è stato uno sviluppo dai primi disegnini visti da pochissimi, ritratti con una componente fumettistica molto forte, ai successivi su piccoli cartoncini telati 13x18 dove, piano piano, questo aspetto più realistico - l’autoritratto con sembianze animali - prendeva più corpo, per cui l’esigenza di passare ad una dimensione fisica più grande è stata immediata. Dove mi porta? Al momento a dimensioni sempre più grandi. Adesso, nei lavori raggiungo quasi sempre 1.60 cm, che è la mia altezza massima. Spero di crescere! Cambiano le dimensioni in larghezza ma l’altezza rimane 1.60, a parte qualche eccezione! Ci sarà un ritorno alla terza dimensione e non ci sarà un abbandono di questo tema dell’esistenza. E poi, sai, io lavoro sull’incertezza: l’incertezza è l’unica cosa certa della mia vita.

A. R. C.: Però questo lavoro ti ha portata ad un’esperienza nuova, all’incontro con la moda?
Josephine Sassu, dalla serie Specchio delle mie brame, 2001, matita su tela, 70 x 80 cm (ciascuna)J. S.: Sì. È una cosa che ho fatto recentemente. Devo dire che Specchio delle mie brame ha avuto diversi momenti importanti. Ci sono diverse persone che hanno visto le varie fasi del lavoro e alcune di queste si occupano di moda, producono una linea di scarpe maschili. Loro mi hanno chiesto di promuovere la loro immagine utilizzando i miei lavori, che tra l’altro sono quasi sempre esseri privi di piedi, il che per uno che produce scarpe….

A. R. C.: Quali sono i modelli da cui parti per questi lavori bidimensionali? Sono collocati di fronte allo spettatore quasi come una processione. C’è un riferimento a modelli artistici precisi?
J. S.: Sì, tanti. Una delle cose che mi ha più emozionato è l’esercito di terracotta cinese. Un’altra opera straordinaria è la Teoria delle Vergini a Sant’Apollinare Nuovo e questo è stato, dal punto di vista iconografico, uno degli input maggiori. Ci sono poi delle riflessioni di tipo antropologico. Poi c’è da dire che Specchio delle mie brame è un lavoro sui limiti dell’esistenza. Un’altra delle riflessioni è l’idea che l’uomo ha spesso utilizzato l’immagine animale per potenziare la propria forza: gli dei egizi o il soldato nuragico.
Uno sguardo al passato remoto ma anche al futuro, penso alla manipolazione genetica. Probabilmente fra trent’anni non soffriremo più il caldo perché avremo geni di cammello e sputeremo come dei lama. Questo ha fatto levitare l’idea e poi devo pagare pegno a Pino Pascali. Mi sono occupata nella mia tesi di Pino Pascali, quindi ho avuto la possibilità di capire meglio il suo lavoro e, per quanto io ritenga di essere autonoma nella mia ricerca, certo mi viene in mente che questi potrebbero essere animali creati da Pino Pascali in tridimensionionale.

A. R. C.: Il tuo lavoro è caratterizzato, sin dalle prime opere in cernit e in stoffa, da una meticolosa realizzazione manuale, dal punto di vista fisico una fatica provante. Questo approccio “hand made” viene spesso visto con pregiudizio. Molti artisti tendono a progettare e poi far realizzare all’industria. Cosa ne pensi?
J. S.: Molto spesso mi sono chiesta e mi hanno chiesto perché non uso la fotografia, il plotter. La risposta è che probabilmente sarei “una delle tante”. Anche se io non disegno, non cucio, non faccio niente per essere “una delle poche”. Così come molto spesso chi vede i miei lavori rimane stupito del fatto che faccio veramente tutto io. Mi sono chiesta se, avendo a disposizione degli aiuti, lascerei fare ad altri, non so! C’è sicuramente una componente di narcisismo e forse anche di auto flagellazione. Proprio tornando al discorso dell’orrido che mi scappa, è punitivo, facciamoci del male fino in fondo (ride).
Certamente, in una lettura sui miei lavori esclusivamente sull’oggetto e non sul progetto emerge l’aspetto artigianale, e molti leggono questa mia tendenza come espressione tipica dell’arte al femminile. Ecco, questa è una cosa che non amo, perché l’artista non è né maschio, né femmina.

A. R. C.: Che difficoltà hai a vivere in un paesino piccolo al centro della Sardegna, piuttosto che vivere in una grande città d’Italia?
J. S.: A questo non avevo mai pensato, però ho pensato che vivendo in un posto come questo, che sostanzialmente non è un posto, è un paese delizioso… vivere a Banari o a Sassari non mi cambierebbe molto. Qui si ritorna al discorso dell’appartenenza. Vivere a Banari mi ha dato la possibilità di fare l’artista, cosa che, forse, avrei avuto più difficoltà a fare se avessi vissuto in una città dove procacciarsi da vivere è più complicato. Vivo in un’isola che non c’è. Ecco, Banari è un’isola che non c’è. Un po’ questo voglio. Questa distanza da tutto. Vivere a Banari è vivere in Sardegna all’ennesima potenza. Un po’ come il posto dove sono nata, una città del nord della Germania dove io, comunque, non tornerei. Ho un rapporto così strano con i luoghi fisici. Oltretutto il mio studio, come tradizione vuole, è in una mansarda, quindi, non sto neppure bene con i piedi per terra.

Josephine Sassu (Emsdetten, D, 1970), vive e lavora a Banari (SS). Diplomata all’Accademia di Belle Arti di Sassari, lavora sui temi della contaminazione e del contagio. Nei lavori recenti privilegia l’uso del testo scritto e la tecnica del disegno a matita su carta o tela.

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