Arte contemporanea e cultura in Sardegna e nel Mediterraneo


Ziqqurat n°4
Sommario

 

 
BESTIARI
fantastico
 Salvatore Fancello, Leoni e cinghiali, 1938, piatto, terracotta smaltata con decorazioni a rilievo, ø 37 cm
Salvatore Fancello
di Maria Dolores Picciau

 

 


Parafrasando Jorge Luis Borges potremmo scrivere che la vita di Salvatore Fancello, è stata unica e individuale, intensa e ricca di riconoscimenti, ma anche triste per gli anni trascorsi nella Penisola, in una solitudine quasi totale e per la morte precoce sopraggiunta non ancora ventiquattrenne in trincea durante il secondo conflitto mondiale. Meteora dal grande talento, la sua stagione creativa si esaurisce nell’arco di un decennio, anche se la singolarità del suo linguaggio e la precocità artistica hanno lasciato una traccia importante nell’arte italiana del primo Novecento.
Salvatore fancello, Ariete, 1934-37, terra refrattaria graffiata e colorata con diverse tonalità di ingobbio, l 20,5 cmIl suo merito, infatti, è stato quello di aver veicolato fuori dai confini regionali una nuova immagine della Sardegna. Abbandonata la visione mitizzante e folklorica di una terra arretrata e tagliata fuori dai circuiti della storia europea, la sua opera dimostra di saper coniugare felicemente le radici, i legami profondi con la sua terra e i più esasperati linguaggi delle Avanguardie europee, che negli anni Trenta avevano profondamente mutato il clima artistico milanese.
La sua storia inizia a Dorgali, dove nasce nel 1916 da una famiglia di modeste condizioni economiche, e dove consegue il diploma alla Scuola di Avviamento professionale. Durante il periodo di apprendistato nella bottega di Ciriaco Piras, allievo a Cagliari di Francesco Ciusa e produttore di terrecotte e pelletterie di gran pregio, viene notato dal Commissario governativo della Federazione Nazionale delle Comunità artigiane. Colpito dal singolare talento dell’artista, questi lo incoraggia a partecipare a un concorso bandito dal Consiglio dell’Economia Corporativa di Nuoro. Per l’occasione Fancello realizza un pannello di legno scolpito e vince una borsa di studio che gli spalancherà le porte dell’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche di Monza (ISIA). L’approdo a una realtà extra regionale si inserisce, di fatto, nel programma governativo fascista particolarmente attento negli anni ‘30 alla valorizzazione della cultura e delle arti, pronto ad offrire supporto ad artisti e giovani desiderosi di studiare.
Salvatore Fancello, Canguri, 1934-37, terra refrattaria graffiata e colorata con diverse tonalità di ngobbio, h 21 cmNella scuola ultramodernista di Monza, che si avvale di maestri di fama come Arturo Martini, Marino Marini, Umberto Zimelli, Walter Posern, Virgilio Ferraresso, Pio Semeghini, Raffaele De Grada e successivamente Edoardo Persico e Giuseppe Pagano, i due massimi rappresentanti della cultura razionalista italiana, Fancello avrà come compagni di studi Giovanni Pintori di Nuoro e Antine Nivola di Orani, entrambi approdati a Monza grazie a una borsa di studio. I “tre sardi” come vengono chiamati dai compagni e docenti sono inseparabili e nel 1933, in occasione di un breve rientro in Sardegna per le vacanze estive, organizzano insieme una mostra a Nuoro. Sarà grande, però, la delusione per il disinteresse con cui la città accoglie le loro opere. Per fortuna i successi, quelli più indicativi, Fancello e i suoi conterranei li otterranno nella Penisola dove Nivola, prima della fuga verso l’America, si affermerà come scultore, mentre Pintori diventerà il responsabile della grafica e della pubblicità della Olivetti. Per il giovane dorgalese non sarà difficile affermarsi nella scuola ultramodernista di Monza, infatti le sintassi cubistico-astrattizzanti proposte da quella didattica erano per lui la riscoperta di linguaggi già acquisiti e radicati nella sua cultura. Così tutto il retaggio della tradizione islamica e bizantina, entrato come costante nelle forme del nostro artigianato diventava per lui un ponte dialogico con le ricerche più avanzate proposte in quel periodo. Fancello non fa altro che rintracciare l’essenzialità del suo linguaggio originario, per liberarlo da affabulazioni folklorizzanti, che gli permettono di risillabare il mondo con un linguaggio autentico e originale, successivamente ampliato dall’interazione con altre realtà culturali.
Ricordato da Pagano come un giovane «taciturno, sorridente, sereno, chiuso in una riservata e sognatrice operosità, signorile nei gesti e pieno di un’aristocratica modestia», per la prima volta si confronterà con l’ambiente artistico nazionale nel 1936 partecipando alla VI Triennale di Milano. Qui interviene con un graffito sulla parete di uno dei padiglioni espositivi, realizza la serie dei Dodici mesi, un presepio in maiolica colorata e un gruppo di ceramiche, per lo più animali in grès opaco, tecnica ottenuta Salvatore fancello, Segni zodiacali, 1937 - 39, china su cartacolorando in parte o completamente la terra da modellare. Presenta infine delle terrecotte grezze dentro coppe smaltate di azzurro raffiguranti I segni zodiacali, per le quali otterrà l’ambito Gran Premio. A Milano dove si trasferisce un anno dopo con Nivola e Pintori conosce Saul Steimberg, che cominciava ad affermarsi come disegnatore nel bisettimanale satirico Il Bertoldo. Steimberg, secondo una testimonianza di Nivola, affermò sempre di essersi lasciato influenzare dal tratto fluido e originale di Fancello il quale, per sopravvivere, comincerà a sua volta a collaborare per alcune riviste satiriche come Il Settebello. A questo punto inizierà per lui un periodo molto frenetico arricchito da incontri significativi come quello con Giulio Carlo Argan, allora funzionario del Ministero dell’Educazione Nazionale e direttore della rivista Critica d’Arte, Cesare Brandi, Soprintendente delle Belle Arti a Rodi e ancora l’architetto Giorgio Rosi anche lui ammaliato dalla singolare originalità del giovane dorgalese. Intanto si dedica a una serie di lavori per la Mostra del Tessile Nazionale a Roma, dove interviene con un nuovo graffito e delle statue a tutto tondo, finché verrà nuovamente richiamato alle armi.
Nel 1938 inizia per lui un periodo molto difficile sotto il profilo economico, tra una licenza e l’altra riprende a lavorare a Milano e disegna immagini fantastiche su lunghi rotoli di carta da telescrivente, che l’amico Pintori gli regalava. Si tratta per lo più di animali esotici o domestici, in cui conserva una personale freschezza nelle linee fluide esaltate dalla rada tessitura di macchie colorate. Tende così nei suoi inesauribili racconti come in Disegno ininterrotto del 1938 a mitizzare l’elemento naturalistico, che non si risolve in astrazione come in Nivola o Pintori, ma in una trasfigurazione rífondante del mondo. La sua sintassi, a una realtà vissuta, sembra preferire una visione trasognata, e nel suo linguaggio, forte di un immaginario alternativo, affiorano forme sedimentate nella memoria. L’artista aveva scoperto molto presto il piacere poetico di alcune tematiche e si dispone a scandagliarne felicemente le articolazioni nel segno del mito e del sogno. In modo costante perciò nella sua produzione ricorre unSalvatore Fancello, Zebra, 1937 ca., terra refrattaria graffiata e colorata con diverse tonalità di ingobbio, h 27,6 cm. mondo popolato da animali, come mucche, cinghiali, formichieri resi con un grafismo rapido e nervoso, linee asciutte e frementi che si inseguono e rincorrono in un brulichio che non conosce soste. Il distacco dal reale in Fancello si traduce in un’anatomia simbolica del soggetto dove anche il referente naturalistico non è che un’allusione, un avvertimento dell’altro da sé.
Al principio dell’estate inizia a lavorare nella bottega del ceramista Giuseppe Mazzotti ad Albisola Marina. La permanenza in Liguria, inframmezzata da continui spostamenti a Milano e Genova, sarà molta produttiva visto che realizzerà circa centocinquanta opere, compreso un presepe di grandi dimensioni. Dal mecenate Tullio d’Albissola, che vantava una qualificata tradizione nella produzione di ceramiche artistiche, collaborano, tra gli altri, gli Aeroceramisti ovvero Prampolini, Gaudenzi, Fillia e Munari e ancora Lucio Fontana, Agenore Fabbri Aligi Sassu e Luigi Broggini. Tra le opere di questa fase si distinguono una serie di animali in maiolica colorata: Caccia alla tigre, Cinghiale morto, Leone e coccodrilli, Leone e cinghiale in lotta, Faraona, Gallo, e ancora piatti, vasi riflessati in oro e colori metallici. La produzione in ceramica di questo periodo, che influenzerà alcuni artisti coevi come Fontana e Sassu, si caratterizza rispetto al periodo degli esordi per l’utilizzo di smalti e per una più accentuata luminosità materica. Nel gennaio del 1939 Fancello viene nuovamente richiamato alle armi, da Ivrea viene trasferito a Susa e a Molaretto, intanto l’anno dopo, in occasione di una licenza, ottiene l’incarico dal Comune di Milano per la realizzazione di alcune opere in ceramica per l’Università Bocconi. I lavori eseguiti secondo schemi ben definiti, sotto l’attenta direzione dell’architetto Pagano rimarranno incompiuti. Richiamato di nuovo sul fronte, infatti, morirà il 12 marzo 1941 «sulla quota 717 a Bregu Rapit in Albania, durante un assalto alle linee nemiche».


Salvatore Fancello nasce a Dorgali nel 1916. Dopo avervi conseguito il diploma alla Scuola di Avviamento professionale, dapprima apprendista di Ciriaco Piras e poi allievo di Francesco Ciusa, nel 1930 vince una borsa di studio per frequentare l’I.S.I.A. di Monza. Nel 1936 si aggiudica il Gran Premio alla VI Triennale di Milano. Muore sul fronte albanese nel 1941.

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