Arte contemporanea e cultura in Sardegna e nel Mediterraneo


Ziqqurat n°4
Sommario

il TeoremA   Pastorello, Artista (cattolico), 1999, acrilico su MDF, 56,5 x 46,5 cm
della Pittura
di Antonello Fresu Intervista a
Pastorello

A. F.: Nonostante il loro potere accattivante, le tue opere possiedono l’impenetrabilità degli enigmi. Come è possibile, allora, “entrare” nei tuoi quadri?
P.: Gli elementi sono sempre gli stessi, e uno di questi è il quadro, che è lo spazio - il luogo - che io concepisco in tre modi: la superficie (il muro), l’aldilà (la finestra) e l’al di qua (lo specchio). Partendo da queste premesse è facilissimo entrare nei quadri, che sono sempre lo stesso quadro, cioè, il luogo dell’arte con il suo protagonista che è l’artista, rappresentato a volte solamente con la testa. Può cambiare l’argomento, e allora posso occuparmi dell’immagine di massa o delle particelle atomiche o degli extra terrestri, dipende dal momento, da quello che gira nel mondo in quel periodo. L’anno scorso mi interessava molto l’idea del fantasma e infatti, nella mostra Fantasma da Carasi, continuo a rappresentare degli artisti, però in forma di fantasma…

A. F.: Perchè i fantasmi?
P.: La parola fantasma vuol dire immagine, immagine senza corpo: quello che io definirei “arte pura”, e la pittura è la cosa che si avvicina di più a questa idea di “immaterialità”. Immaterialità che, unita all’elemento staticità, colloca la pittura in una dimensione fuori dal tempo.

Pastorello, Cosmico, 1995, acrilico su multistrato 50 x 40 cmA. F.: Ritieni che la pittura possa offrire questa “staticità” più di altre forme artistiche?
P.: Sì, perché è immobile. È come la scultura, però è un luogo virtuale, non occupa uno spazio reale, a meno che non sia considerata come un oggetto, come un muro con dei segni sopra, come nel caso di un quadro informale o di un quadro graffitista. Un quadro impressionista, invece, è un quadro senza luogo: quel fiume non ha quella profondità… Il quadro rappresenta, quindi, qualcos’altro. Il quadro è l’oggetto metafisico che ha la stessa struttura logica del concetto che voglio esprimere, o meglio, del concetto che mi interessa. Parto sempre da questa domanda: «che cos’è questa “cosa” che ogni giorno, quando mi sveglio, ho di fronte? Cosa sono?». A questa domanda nessuno ha mai veramente risposto. Un terreno sempre fertile, quindi, nel quale coltivare la creatività, la potenzialità di creare immagini.

A. F.: Questa curiosità rispetto al mondo, il farti delle domande, l’hai sempre avuta?
P.: Penso di sì. Ma tutti ce l’hanno, anche se ogni persona decide poi quando fermarsi. Tutti, da bambini, giocando, sperimentando, cercano comunque di soddisfare la curiosità, poi la maggior parte diventa adulta e si ferma. Gli artisti, di solito, continuano invece all’infinito. Come il filosofo, lo scienziato, il poeta. Ognuno su strade diverse che portano però, tutte, sempre alla stessa meta: trovare una risposta. Concettualmente, nonostante la tecnologia, non siamo lontanissimi dai greci o dagli egiziani. Nella storia dell’evoluzione delle cose, il cervello umano è sempre l’oggetto più evoluto, probabilmente in tutto l’universo. Lo spazio e il tempo sono legati: più ci allontaniamo da noi stessi e più si va indietro nel tempo. Siamo noi, affacciati nell’universo con la punta del nostro naso, ad essere i più prossimi al futuro.

A. F.: Hai parlato di scienziati, di filosofi. Qual è, invece, lo specifico dell’artista?
P.: L’artista si occupa, più o meno, di “cosmetica” e di “psicofisica”, di sentire e ricreare il mondo.

Pastorello, Adamo ed Eva, 1999, acrilico su tavola, dittico, 160 x 160 cm Pastorello, Adamo ed Eva, 1999, acrilico su tavola, dittico, 160 x 160 cm


A. F.: Beh, forse sarebbe opportuno chiarire meglio questi concetti.
P.: Dalla storia dell’arte ho preso in considerazione il periodo storico che va dal Neoclassicismo al quadrato nero di Malevic, perché nelle opere di questo periodo ci sono, grosso modo, tutti quegli elementi che io utilizzo per i miei quadri. Dalla rigorosa composizione dei lavori di David, per esempio il Giuramento degli Orazi, si passa a quella più movimentata di Delacroix, nelle scene di lotta tra animali. Dalla pittura frammentata dell’Impressionismo alla scomposizione in figure geometriche del Cubismo, per arrivare agli elementi primari in Malevic: la superficie, il colore, il disegno, la linea, il punto, la figura, il concetto, ecc., sono gli elementi ricavati dall’analisi delle opere nate in quest’arco di tempo, che costituiscono la sostanza dei miei quadri. Gli elementi sono sempre gli stessi, ciò che cambia è solamente l’ordine compositivo che li mette insieme. Questo concetto io lo chiamo “cosmetica”, parola che comprende sia il significato della parola “Cosmo” sia il gesto del truccarsi, di rifarsi il viso. Il volto è, per me, il simbolo dell’universo perché racchiude in sé tutti i sensi e, di conseguenza, tutte le esperienze che noi possiamo avere del mondo: occhi per la forma e il colore, orecchie per il suono, naso per gli odori, eccetera. Tutti questi elementi si dispongono nel quadro secondo un ordine che segue, come ho già detto, la stessa struttura logica del concetto che voglio esprimere. Questa attività la chiamo “psicofisica”, cioè la creazione di immagini di origine psichica. Spesso parto dai concetti della fisica moderna e dalla simbologia della tavola periodica degli elementi o dalla tavola pitagorica dei numeri, perché mi interessa arrivare all’impersonalità dell’immagine.

A. F.: L’artista è quindi più vicino a quella che sembra essere la conoscenza?
P.: Non lo so. Non posso rispondere a questa domanda perché… c’è un conflitto di interessi. Potrei dire di sì però… anche Mennea potrebbe dire che i più vicini alla conoscenza sono i corridori

A. F.: Però, senz’altro l’artista è diverso da quelli che diventano adulti e lì si fermano…
P.: Certamente, l’artista è uno che continua a crescere.

A. F.: Ma l’artista è il pittore?
P.: Il pittore è uno che dipinge, l’artista è quello che fa arte. Chiunque dica: «io sto facendo questo, ed è arte» è un artista. Cioè, se io decido che questa è arte, e decido di essere artista, questa è arte e io sono un artista.

A. F.: Anche se gli altri non lo riconoscono come tale?
P.: Si. Gli altri possono stabilire la qualità, è diverso. Essere artista non è una qualità, è una categoria. È come dire che io sono un meccanico, poi bisogna vedere se le macchine le aggiusto bene o male.

A. F.: Il discorso teorico lo fai ogni volta che dipingi un quadro?
P.: Sì, perché lavoro su questo.

A. F.: Quindi, questa è la parte concettuale del tuo lavoro, mentre il resto è una semplice esecuzione?
Pastorello, Quattro, 1999, acrilico su MDF, 40 x 70 cmP.: Studio le forme e cerco diverse soluzioni. Quando trovo quella ideale la realizzo. Io rifletto su queste cose e la domanda è sempre la stessa: «Che cosa è il mondo? Che cosa sono io? Come percepisco? Come funziono?». Ci sono molte cose strane, ad esempio, «Come fa l’occhio a vedere?». Io capisco che l’immagine può passare attraverso un foro, ma che questo foro la percepisca... E se questo oggetto è là e il mio occhio è qua, come fa a toccarlo? Perché se lo vedo vuol dire che c’è un contatto. In fondo, è sempre strana la percezione delle cose, eppure prendiamo tutto per scontato: camminiamo su una terra molto solida, eppure questa terra è in continuo movimento... Tutte queste riflessioni io le elaboro sulla carta a quadretti sino ad arrivare alle immagini finali. Quando ne ho una ventina, inizio a preparare una mostra e le realizzo tutte assieme. È un lavoro molto lungo: in pratica lavoro più su questi quaderni che sui quadri. Per fare un quaderno di questi, a volte impiego un anno, perché sono piccole variazioni della stessa immagine, non ci sono grandi cambiamenti.

A. F.: Ma il fatto che tu scelga una forma piuttosto che un’altra, il fatto che ripeta continuamente delle immagini finché non trovi quella che maggiormente ti soddisfa, che ti corrisponde, lo fai perché devi rispettare una sorta di regola matematica oppure un intento di tipo estetico?
P.: Cerco di far combaciare le due cose. Anche nella scienza, la teoria più accettata è la più semplice, la più bella, la più elegante. Usano proprio questi termini, gli scienziati, che non sono per niente scientifici, perché, in fondo, la più bella è quella meno complessa, la più semplice, la più chiara. In definitiva, sia nell’arte che nella scienza, l’obiettivo finale deve corrispondere alla bellezza. In realtà, io mi sento più vicino agli scienziati che gli altri artisti di arte contemporanea. Oggi, sono gli scienziati, più dei religiosi, a parlare di Dio. I religiosi parlano di morale, non di Dio, mentre Zichichi, parla in continuazione di Dio.

A. F.: Come nasce l’ordine nei tuoi quadri?
P.: L’ordine nasce dall’osservazione delle cose, perché nel mondo c’è una parte di ordine, c’è uno scontro tra disordine e ordine: le cose ordinate si “disordinano” e le cose disordinate si ritrovano a rispettare un certo ordine. Ad esempio, se io butto un galleggiante nell’acqua, questo galleggia, e questo vuol dire rispettare l’ordine. Succede sempre così: non può mai accadere che un galleggiante vada a fondo, perché è contro la legge.

A. F.: Allora, per te, il disordine è solo apparente?
P.: No, è presente. Non può esistere ordine senza disordine, perché sono l’uno il punto di riferimento dell’altro. Tutte le cose si manifestano attraverso il numero, nell’ordine. Tutta la materia è composta di particelle e ogni elemento chimico si distingue da un altro grazie al suo numero atomico ed alla sua struttura costitutiva.

A. F.: Ma in che modo rappresenti quest’ordine?
P.: Non lo rappresento, lo utilizzo per disporre quegli elementi di cui parlavo prima. Ad esempio, il piombo e l’oro si distinguono di un solo numero atomico, eppure sappiamo quanto siano differenti le loro proprietà. Un altro esempio si può fare mettendo a confronto un gatto e una giraffa. Questi due animali sono fatti degli stessi elementi - sangue, peli, ossa - ma la loro diversa disposizione crea due esseri molto differenti tra loro.

Pastorello, Fantasmino mobile, 1999, acrilico su MDF, 50 x 40 cmA. F.: Tu tenti di ricostruire il mondo, ma non ti sembra, il tuo, un tentativo utopistico? Quanto, in fondo, i numeri e l’ordine a cui questi rimandano possono permettere di circoscrivere, di dare forma, a qualcosa che invece è indefinito, che non è chiaro?
P.: È vero che certe cose non le puoi circoscrivere, ma è anche vero che questo può essere considerato un inizio, la base di ciò che per me è l’unico metodo conoscitivo. Ci sono i numeri che mi vengono in soccorso: i numeri transfiniti, quelli che i matematici utilizzano per calcolare l’infinito. Sono piccole porzioni di questo infinito. Per conoscere il sapore di una torta basta una piccola fetta.

A. F.: Non trovi che tutto questo sia eccessivamente razionale?
P.: No, non del tutto. La prima fase è irrazionale. Io mi baso sempre sulla visione, nei confronti della quale mi metto a disposizione come uno strumento, la razionalità viene dopo: i numeri non sono uno strumento di analisi, ma uno strumento per costruire, per dare uno scheletro all’immagine, che non mi appartiene ma che subisco, e il tutto diventa un gioco che ha l’illusione di realtà.

A. F.: Qual è, per te, la funzione politica e sociale dell’arte?
P.: Non sono certo che ne abbia una, ma se dovesse averla, sarebbe quella di cambiare il mondo. Studiando Cezanne mi sono reso conto del potere rivoluzionario dell’arte. Chiuso nella sua casa in campagna, isolato con la moglie, a dipingere cipolle e mele, ha cambiato completamente la visione del mondo e la percezione degli oggetti, al contrario di Guttuso che, volendo fare la rivoluzione, non ha cambiato nulla nel mondo. Considero l’arte rivoluzionaria in questo senso: è come il Cavallo di Troia, un bell’oggetto che viene accettato dalla società e che porta al suo interno l’elemento rivoluzionario.
Ciò che a me interessa, è l’apparizione, la visione verticale che ferma il tempo, un attimo di lucidità in cui uno vede veramente le cose. Questo non accade sempre, non si può vivere sempre con questa intensità. La maggior parte della vita è sonno e distrazione, per fortuna.

Pastorello, nato a Sassari nel 1967, vive e lavora a Sassari.

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